Intervista a Giovanni Impastato: “Peppino rivive nelle azioni dei giovani di oggi per una società più giusta”

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Peppino Impastato

di Silvia Di Dio

Non ci riusciva Peppino Impastato, giornalista ed attivista ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, a convivere col mostro mafioso che stava dentro la sua stessa famiglia. Perché nel sangue gli bolliva impegno civile, senso della giustizia. E poi sensibilità, forte tanto da nutrire radicati ideali ed amore per la cultura, per il paesaggio, per la Bellezza.

Peppino Impastato continua a vivere a molti anni dalla sua uccisione. La forza autentica del suo sentire e della sua azione è diventata esempio del movimento antimafia e speranza per il nostro Paese.

Oggi a tener insieme i pezzi della sua storia c’è la Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi, Palermo, divenuto luogo pubblico così come hanno voluto la madre e il fratello Giovanni che nei giorni scorsi è stato in terra di Brindisi a dialogare sul suo recente libro “Oltre i cento passi “, scritto perché “la figura di Peppino e quel che rappresenta sia percepita non come eroe, ma come riferimento importante per le nuove generazioni”.oltre-i-cento-passi

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare Giovanni Impastato e di cogliere la portata del suo messaggio educativo diretto soprattutto ai giovani: a loro occorre dare esempi positivi per ricucire il  tessuto sociale dilaniato. Cosa vuol dire legalità? “Andate alla ricerca della vita vera – ha detto durante un incontro con gli studenti del Brindisino – non date retta ai messaggi vuoti di tv e social network, alle apparenze, a quello che vogliono farci passare per vero e per giusto. Non accettate passivamente verità che non vi rappresentano. E non cedete mai alla rassegnazione”.

La nostra intervista.

Giovanni Impastato durante la nostra intervista a Carovigno dove ha tenuto diversi incontri durante la sua permanenza nel Brindisino

Giovanni Impastato durante la nostra intervista a Carovigno dove ha tenuto diversi incontri durante la sua permanenza nel Brindisino

Giovanni, ci racconta chi era suo fratello Peppino? Ai giovani di oggi  come lo descrive?

Partendo col dire che era un ragazzo normalissimo, animato da una grande voglia di giustizia, molto sensibile e un po’ spregiudicato, in senso positivo, perché veniva da una cultura rivoluzionaria, di impegno civile, di lotta. Aveva una carica umana fortissima, era sempre in prima linea contro le ingiustizie. Certo, anche a lui capitava qualche volta di provare un po’ di pessimismo, per esempio quando aveva una delusione rispetto alle lotte che portava avanti o vedeva alcuni compagni allontanarsi. Peppino era anche uno che studiava molto e che voleva trasmettere agli altri i grandi ideali che aveva dentro. Era un intellettuale ma non faceva pesare la sua grande preparazione culturale e politica nei confronti di chi magari non aveva mai aperto un libro. Ecco, Peppino era questo: umile e sempre al fianco delle persone che avevano bisogno.

Vostra madre Felicia ha avuto un ruolo importantissimo prima e dopo la morte di Peppino.

Mia madre è stata determinante. Tutto ha inizio quando Peppino, dopo la morte di nostro zio Cesare Manzella ucciso dalla mafia, reagisce e inizia a ribellarsi. Quella era stata una strage per noi. Peppino da giornalista ha iniziato in quel momento a lanciare le prime accuse contro il sistema mafioso, contro la corruzione, contro sindaci e amministrazioni comunali collusi con la mafia. Da quel momento è diventato scomodo. E mia madre lo ha sostenuto. Aveva capito da che parte stava il giusto.

Lo ha sostenuto nonostante la mafia voi ce l’aveste in famiglia.

Sì. Fino a quel momento ce l’avevano fatta  passare come una specie di codice etico con delle regole in favore delle persone. Mia madre sì, lo ha sostenuto. E non era facile. Basti pensare che era moglie di un mafioso e nello stesso tempo madre di un militante di sinistra che lottava contro la mafia e parlava male dei suoi stessi parenti. Si trovava in una situazione difficile. Soprattutto nella Sicilia degli anni ’60/’70, certamente ben diversa da quella di oggi. Siccome credeva molto nei valori della famiglia, non ha mai lasciato il marito mafioso. Ma quando ha dovuto fare una scelta si è schierata dalla parte del figlio. Dalla parte della giustizia, della legalità. Col suo fare mia madre non solo ha salvato tutti da una vendetta mafiosa, da una faida possibile, ma ha consegnato il figlio alla storia del movimento anti-mafia.

E come si pose nei confronti di Peppino?

Come fa ogni madre ha sempre cercato di proteggerlo. Ma non solo: è diventata sua complice, ha capito e condiviso le ragioni del lottare di suo figlio. Lo abbiamo visto anche nel film Rai “I cento passi”, quando mio fratello si rifugia in quel garage e mia madre gli porta da mangiare e da vestire. E poi Peppino la coinvolge nella lettura di quella bellissima poesia di Pierpaolo Pasolini. Lì si nota questo rapporto di complicità che andrà avanti sempre. Dopo la morte del marito esplode: butta fuori di casa tutti i suoi amici mafiosi, rifiuta la logica della vendetta personale, apre le porte della sua casa, quella che oggi è Casa Memoria, luogo di grande impegno civile. In casa sua mia madre farà entrare da quel momento tutti i compagni di Peppino e quelle persone che volevano lottare per la ricerca della verità.

Casa Memoria "Felicia e Peppino Impastato" - Cinisi, Palermo

Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” – Cinisi, Palermo

Casa Memoria nasce per sua volontà.

Proprio grazie a lei: dopo l’uccisione di Peppino, si pone il problema della memoria. Ci disse: “Voi siete i miei figli e dovete raccontare come sono andate le cose. Peppino non era un eroe ma il suo messaggio vuol dire tanto, è un messaggio educativo e di impegno civile che deve andare avanti”.

Ed è stato così.

Successe che le visite a Casa Memoria aumentarono sempre di più. Ed era lei a ricevere le persone. Dopo il grande successo del film Rai, tantissime persone sono venute a trovarci. Mia madre è stata sempre presente. Muore nel 2004. E noi raccogliendo le sue volontà abbiamo poi aperto la Casa facendola divenire luogo pubblico quale è ancora oggi.

La verità sulla morte di Peppino ci ha  messo vent’anni ad arrivare. Come si poneva nei confronti degli assassini di suo figlio?

Non ha mai provato né spinto gli altri a provare sentimenti di odio o vendetta. Lo ha dimostrato quando alla fine di un processo puntò il dito contro il boss criminale: “Sei stato tu ad uccidere Pepino”. Questa frase vuol dire tutto per come è stata pronunciata: senza odio. Questo è un fatto importante perché ha messo in crisi il potere mafioso. E perfino Gaetano Badalamenti, il criminale che ha ucciso mio fratello, aveva gli occhi lucidi.

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Felicia Impastato

Il non odio di fronte all’assassino di suo figlio. Questa è la vostra forza ancora oggi.

Io credo di sì. Perché l’odio e il rancore non ci portano da nessuna parte. E noi come famiglia, mia madre, gli amici di Peppino, nei confronti degli assassini non abbiamo mai nutrito questi sentimenti.

Questo è il messaggio educativo di Casa Memoria, di quello che abbiamo fatto tutti questi anni come l’essere entrati nella casa del boss Badalamenti che è stata affidata a noi.

Casa Memoria porta in sé un forte messaggio educativo, tanto più per i giovani.

A loro dobbiamo trasmettere qualcosa di concreto, di positivo: dobbiamo far toccare con mano la  storia di questo nostro Paese. E se i ragazzi vengono a Casa Memoria hanno questa possibilità. Da quella che era casa nostra alla casa del boss, si fanno questi cento passi che noi abbiamo riempito di contenuti legandoli alla memoria e alla storia del nostro Paese. E’ tutto un’emozione in questo percorso dove ci sono le vittime della mafia sociale, l’antimafia istituzionale, l’azione di Falcone e Borsellino.

Con i ragazzi del Liceo Scientifico "Epifanio Ferdinando" di Mesagne

Con i ragazzi del Liceo Scientifico “Epifanio Ferdinando” di Mesagne

Esempi ai giovani. Cosa vuole dire più in concreto?

Se noi vogliamo allontanare i nostri ragazzi dalla tv fuorviante, dal grande Fratello, dall’Isola dei famosi, dalla partite di calcio che sono ridicole con tutte le centinaia di milioni che girano attorno, dobbiamo dar loro esempi positivi. Bandire figure come quelle di Donnarumma, ragazzino di 17 anni che chiede fior di milioni alla sua società e non si presenta nemmeno agli esami di maturità. Questi non sono segnali educativi. Anzi sono distruttivi ed hanno demolito un tessuto sociale. Noi ora dobbiamo andare a ricostruirlo. Da questo possiamo partire per sconfiggere la mafia e portare nelle nostre vite un concreto percorso di legalità.

A San Vito con il prof. Lorenzo Caiolo e il vicesindaco avv. Valerio Longo

A San Vito con il prof. Lorenzo Caiolo e il vicesindaco avv. Valerio Longo nell’incontro organizzato dalla Libreria Icaro

Nel Liceo socio psico pedagogico  e Liceo linguistico "Ettore Palumbo" di Brindisi

Nel Liceo socio psico pedagogico e Liceo linguistico “Ettore Palumbo” di Brindisi

Nell'incontro a Carovigno

Nell’incontro a Carovigno

Con i docenti dello Scientifico di Mesagne

Con i docenti dello Scientifico di Mesagne

Con i docenti del "Palumbo"

Con i docenti del “Palumbo”

Con Alessandro Cannavale, blogger de Il Fatto Quotidiano - Carovigno, 10 settembre

Con Alessandro Cannavale, blogger de Il Fatto Quotidiano – Carovigno, 10 settembre

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