“L’amore è il solo miracolo capace di operare miracoli”: intervista al prof. Benito D’Agnano

Di seguito l’intervista (a cura di Rosanna Gagliani e Silvia Di Dio) al prof. Benito D’Agnano, insegnante ed autore di San Vito dei Normanni, persona di grande sensibilità e di grande valore. 

La riportiamo integralmente.

Caro Benito, partiamo dalla tua infanzia. Che bambino sei stato?

Rispondo con un solo aggettivo: fortunato.

A ritroso i miei ricordi più vivi, quasi stampati a fuoco, sono quelli della mia infanzia.

benitoSono stato fortunato perché ho avuto un padre analfabeta e gran lavoratore che dalla vita aveva avuto il dono di essere psicologo e buon educatore. Non ricordo di aver ricevuto mai uno sguardo cattivo, uno schiaffo, un rimprovero violento. Eppure ero come tutti gli altri bambini: ogni tanto marachelle e capricci. Quando questo succedeva, mio padre mi guardava fisso con gli occhi che esprimevano dolore per qualcosa che non avrei dovuto fare. E, pure piccolo, mi sentivo penetrare da quello sguardo mortificato che avrei preferito ricevere al suo posto una gragnuola di sculacciate.

E questo mi ha insegnato fin da allora ad essere responsabile di ogni mia azione.

Fortunato…perché sono nato e cresciuto in una famiglia poverissima: spesso per condire la misera minestra si andava in prestito di un mezzo bicchiere d’olio dalla vicina; e tante volte non la si condiva affatto. Ho capito fin da allora che il cibo bisognava guadagnarselo e non si doveva sprecare.

Fortunato…perché ho avuto una famiglia che sapeva vivere di solo affetto e rispetto, dove tutti, ognuno nel suo campo, lavoravano.

Ed io fin dall’età di sette anni ho voluto, senza che nessuno me lo imponesse, dare il mio contributo. D’estate lavoravo presso la tenuta del principe Dentice insieme a tanti altri ragazzi per sedici ore al giorno a raccogliere mandorle che poi (ed erano per noi giornate di riposo) sbucciavamo presso le varie masserie di proprietà. In quel periodo ho imparato a sopportare la stanchezza, la sete e, qualche volta, la fame.

Durante l’inverno invece scuola a mattina e bottega il pomeriggio fino a sera. Ho imparato i rudimenti di tanti mestieri che mi sono ritrovato di grande aiuto poi. Ho fatto il calzolaio, il falegname, il tipografo, il funaio, il legatore di libri. Un’infanzia che a distanza di anni ho sempre considerato fortunata (nella disgrazia di quei tempi), perché è stato allora che il mio carattere si è forgiato.

Perché hai scelto di essere un insegnante?

Fortunato ancora. Ho avuto un nonno, quello materno, che ha avuto una parte importantissima nel periodo della mia fanciullezza. Abitavamo alla stessa via D’Azeglio, dai lati opposti della strada, ma l’una casa di fronte all’altra. Perciò io facevo la spola continuamente. Fin dall’età della ragione ho avuto una grande ammirazione per lui. La sua pazienza, il suo sorriso appena accennato, il grande rispetto che godeva dall’altra gente mi facevano sentire fiero di esser suo nipote.

Era un maestro di potatura ed aveva una squadra di operai che dirigeva sul lavoro. La cosa che più ammiravo in lui era la disponibilità ad ascoltare i problemi di tutti, anche quelli di noi piccoli, e ci aiutava a trovare soluzioni. Era l’unico in tutta la strada che sapeva leggere e scrivere. In quell’epoca, parlo da quando partono i miei ricordi (circa dal ’39 – ’40) durante proprio la seconda Guerra Mondiale, la casa del nonno era un via vai di gente a tutte le ore libere dal lavoro nei campi. Venivano spose, madri, fidanzate di uomini che la guerra aveva strappato alle loro case, perché scrivesse loro o leggesse una lettera. Ed egli pazientemente e col suo lieve sorriso accontentava tutti. Tanto spesso poi radunava gruppi di persone per insegnare loro i primi rudimenti della scrittura e della lettura. Ecco allora, per l’amore e l’ammirazione che nutrivo, nasceva il desiderio di imitarlo. E questo mi è rimasto sempre fino alla completa realizzazione.

E che ricordi hai del tuo lavoro di maestro?

Per rispondere a questa domanda dovrei scrivere non uno, ma molti libri. Io ho sempre adoperato il metodo dell’insegnamento individualizzato (anche quando ho avuto classi di trenta e più alunni) per cui i ricordi sono numerosissimi e tutti importanti perché il contatto di tanti giorni, tanti mesi, tanti anni con un alunno te lo fa sentire unico e le esperienze vissute insieme si stampano nella memoria in maniera indelebile. Le ho tutte chiare nella mente. Ne racconto due, a mo’ di esempio.

benito-con-alunniPer caso venne a trovarsi nella mia aula un bambino appartenente ad una classe speciale (allora i bambini con difficoltà erano raggruppati tutti in un’unica classe) perché la maestra aveva avuto un leggero malore e i ragazzi erano stati sistemati per gruppi in altre classi per l’intera giornata.

Pino (è un nome fittizio), mi parve subito un bambino che in una classe speciale era fuori luogo. Timido sì, ma abbastanza puntuale nelle risposte alle mie sollecitazioni e alla mie domande. Ci fu subito un’intesa fra noi e io lo invitai a venire da me tutte le volte che lo desiderava. Il giorno successivo ed altri ancora, col benestare della maestra, stette da me. Il ragazzo guadagnò subito in socializzazione e in profitto. L’anno dopo, con l’approvazione dell’equipe psicopedagogica Pino fu aggregato alla mia classe “normale”. Alla fine del quinquennio risultò tra i più bravi. Si diplomò e fece subito il concorso per maresciallo nell’Aviazione Militare. Lo vinse, fece carriera e si congedò col grado di tenente colonnello.

Un altro caso è quello che si riferisce a una bambina che per due anni non si era riusciti a farle frequentare la scuola. Inviti ai genitori, denunce ai carabinieri…Infine l’equipe medico – psicopedagogica l’aveva dichiarata “non scolarizzabile”.

Era l’anno scolastico ’69 – ’70 ed io cominciavo un nuovo corso. La ragazza, che aveva già compito otto anni, venne con la zia ad accompagnare il cuginetto iscritto alla mia classe. Così fece per diversi giorni finché il ragazzino fu accompagnato solo da lei.

I genitori, rammaricati, mi avevano aggiornato sulla rinuncia alla scuola della figliuola. Cominciai a chiederle se mi poteva aiutare per qualche ora accudendo il cuginetto. Dapprima rifiutò. Poi si fermò per qualche ora al giorno, infine, per tutta la giornata scolastica. Per aiutare il ragazzino, senza volerlo, incominciò ad usare la penna pure lei e a leggere come gli altri. Quando le dissi che non potevo tenerla in classe se non regolarizzavamo la cosa con l’iscrizione e la frequenza, non fece alcuna resistenza.

Il miracolo si era compiuto e l’ho tenuta per cinque anni. Ricordo che, quando venne a ritirare la pagella della quinta elementare, aveva già maturato un corpo di donna. Venne tenendo in braccio la sorellina di pochi mesi. Qualche genitore mi disse: “Maestro, che mamma giovane. Sembra una ragazzina!”. E ragazzina lo era per davvero.

 benito-okCom’è nata la  grande passione per la poesia? 

Non me lo sono mai chiesto. Credo di averla avuta da sempre e in buona parte lo debbo al mio grande maestro Giovanni Picca, che fin dai primi anni ci faceva gustare e memorizzare le poesie dei grandi poeti di ogni tempo. Io ne ho scritto più di mille, ma se dovessi recitarne una a memoria non ne sarei capace. Quelle imparate allora invece le ricordo tutte senza sbagliare né un verso né una parola.

 E le tue poesie da cosa emergono?

Quasi sempre dall’osservazione della realtà di ogni giorno, sia quando mi crea nella mente considerazioni di valutazione, sia quando mi spinge al confronto con altre realtà da me vissute.

È comunque, spesso, la caduta dei valori che mi spinge a cercare soluzioni da comunicare agli altri per fermarla. E’ poi l’amore per la natura, per le persone, che mi costringe al dialogo e alla manifestazione dei sentimenti di rispetto, disponibilità, ricerca della felicità che è innata in ciascuno di noi, ma che non sempre riusciamo a scoprire.

Che rapporto hai con la tradizione?

Io sono già vecchio ed ho vissuto e operato in un tempo piuttosto lontano da quello presente. Tradizione è tutto ciò che ci è stato tramandato e che rappresenta il meglio delle conquiste dell’uomo. Nasce da tante esperienze fatte in anni trascorsi e che hanno rappresentato un’epoca. Il progresso, la civiltà sono conquiste di esperienze e di pensiero che producono cose che sono per sempre. Molte mie poesie sono state originate da questo filone.

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Benito D’Agnano con sua moglie Santina

Cosa è per te l’amore?

Concludevo una mia lirica con questi due versi:

“L’amore è il solo miracolo

capace di operare miracoli”

Per me l’amore è il sentimento che ha sempre retto il mondo. È quel piacere senza fine di rispettare e rendere migliore l’oggetto o la persona amata. E non parlo solo dell’amore uomo – donna, parlo dell’amore per la natura, dell’amore per gli animali. Parlo dell’amore tra genitori e figli, tra fratelli. Parlo della sublimazione dell’amore nell’amicizia.

Infine, di che cosa hai paura?

Non certamente della morte che ho sempre considerato uno dei momenti dell’esistenza. Ho paura della malattia invalidante e non per i dolori e le menomazioni da subire in prima persona, sì invece per i problemi che si causano alle persone care che sono costrette ad accudirti. Ma ho paura, tanta, per la società che si va delineando per i nostri nipoti che mette al primo posto il potere, il denaro, le soddisfazioni fisiche. Ho paura delle guerre continue che si vanno scatenando per la conquista di questi beni che servono solo a dividere ed a formare gruppi pronti a dilaniarsi, a spingere l’uomo a divenire “lupo per i suoi simili”.

Benito D’Agnano

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