“Salviamo il giornalismo”: intervista a Vincenzo Sardelli, autore de “La scuola dei grandi maestri”

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Vincenzo Sardelli

Val la pena tenere a mente quello che i grandi maestri del giornalismo italiano hanno insegnato? E ricordarsi che è un mestiere fatto di strada per recarsi di persona sul fatto, di ascolto e di domande, di fatica e attitudine a non fidarsi di verità date per buone?

Servono cuore, gambe e cervello. Insieme ad un modo nuovo di guardare al giornalismo contemporaneo. Vincenzo Sardelli,  docente e giornalista sanvitese, è autore del libro “La scuola dai grandi maestri”, con Giuseppe Gallizzi, penna del Corriere della Sera per quarant’anni e presidente del Circolo della Stampa di Milano.

Il testo è stato presentato a San Vito dei Normanni su iniziativa dell’associazione culturale “Arcobaleno”. Un incontro da cui è emerso lo svilimento di un mestiere di rilievo culturale e sociale. Nei giornalisti di oggi, invece, spesso viene a mancare quello “sguardo” in grado di raccogliere e raccontare storie, fatti, novità.

“La scuola dai grandi maestri” non è un prontuario. È un percorso che aiuta a porsi delle domande. A fare del dubbio uno stile di vita costruttivo. Vale per i giornalisti e per i lettori.

Vincenzo Sardelli, la tua storia. Partendo dal viaggio dopo il liceo verso Milano. Perché la scelta di studiare fuori?

Credo nella radicalità delle esperienze. Se vuoi crescere, arricchirti, devi conoscere cose che in qualche modo compensino il tuo retroterra di partenza. Milano mi sembrava il luogo in Italia dallo sguardo più aperto verso l’Europa. Io mi ritengo fortunato a essere nato e cresciuto a San Vito. Però volevo mettere a confronto due esperienze diverse, che è sempre qualcosa di arricchente. Era la fine degli anni ’80, Milano rispondeva ancora all’immaginario di una città dove tutto sembrava possibile.

Ed era così?

Era una Milano diversa da quella degli anni ’60, quando a ogni vetrina trovavi offerte di lavoro. Era già la “Milano da bere”. Si avvicinava Tangentopoli. Ma restava una città piena di fermenti. Milano ti guarda non dico con sospetto, ma con un minimo di curiosità. Ti mette alla prova. Ti guarda negli occhi e ti dice: “vediamo che cosa sai fare”. Se tu sai chiederle le cose nel modo giusto, Milano ti risponde. Come tutte le metropoli, però, è un labirinto.  Senza la bussola, rischi di smarrirti.

Ma in tanti anni fuori, sarà cambiato il rapporto con San Vito?

Il rapporto con San Vito non si è mai interrotto. Sono un sanvitese a Milano. Lavoro a Milano, vivo a Milano, ma rimango un “sanvitese”.  La bellezza di questo rapporto l’ho riscoperta negli ultimi anni, da quando mi sento più realizzato professionalmente. Non intendo il successo patinato, ma la capacità di esprimere al meglio quello che sei, che pensi e che dici: la tua personalità.

In che cosa consisteva la tua realizzazione?

Il mio obiettivo non era da subito chiarissimo: ho studiato Lettere all’Università Cattolica di Milano  perché amavo questi studi. La scelta della Cattolica è stata motivata dall’esperienza della fede. Amavo scrivere, e avevo un’idea vaga d’insegnare, di fare ricerca e di lavorare nel giornalismo.

Copertina-La-scuola-dei-grandi-maestri-2-22L’incontro con Giuseppe Gallizzi e l’idea del libro, invece.

Giuseppe Gallizzi ha lavorato per quarant’anni anni al Corriere della Sera. È un calabrese della provincia di Vibo Valentia. Io l’ho conosciuto che era già un giornalista in pensione, presidente del Circolo della Stampa di Milano. Mi ha parlato dell’idea di un manuale sul giornalismo perché secondo lui è un mestiere in crisi. Non aveva ancora trovato una persona con cui portare avanti questo lavoro, forse perché i giornalisti che escono dalla cronaca non sempre sono inclini a un lavoro di ricerca e di approfondimento. Ha trovato in me quella persona. Ed è nato il libro.

E tu sei d’accordo che la figura del giornalista si stia svilendo?

Manca la capacità di farsi delle domande. E di “battere il marciapiede”. Quando uso questa espressione ambigua lo faccio volutamente. Mi verrebbe da dire che anche una prostituta ha una capacità di conoscenza e di approfondimento delle persone maggiore di chi se ne sta nel chiuso di una redazione. Il mestiere del giornalista in questo momento avviene così: cliccando su Google, trovando dei comunicati stampa o delle agenzie. Questo invece rimane soprattutto un mestiere da marciapiede, dove tu incontri la gente, fai domande, non ti fidi del modo in cui ti viene presentata una verità. Un’immagine tragica e poetica è quella di Walter Tobagi, ucciso dalle Brigate rosse: un’istantanea immortala un buco sulla suola delle sue scarpe.

Sono da ricercare in quest’immagine le caratteristiche di un vero giornalista?

La foto di Tobagi con le scarpe consumante dice tutto: l’umiltà, la volontà di muoversi. Questo è un mestiere che non deve rinunciare a gambe, cuore e cervello. Adesso si fa a gara a chi la spara più grossa.

In questo senso, un contributo decisivo è dato dai social network.

Arma a doppio taglio: quanto più la notizia è scandalosa, tanto più il lettore si indigna. Indignandosi, condivide. E contribuisce ad alimentare quel tipo di giornalismo. La bufala non è confezionare una notizia falsa, ma prendere una notizia verosimile e aggiungerci elementi falsi. Si fa questo per allarmare. E si fanno gli interessi di qualcuno.

È un meccanismo reversibile?

Non so fino a che punto. La gente fatica a ricercare, a confrontarsi. Anche quando arriva una smentita, ormai la notizia si è diffusa. Sui social, per esempio, si continua a commentare prima che ci si renda conto che si è stati attratti da un titolo civetta e da un’ informazione non vera.

I cinque sensi, prima ancora delle cinque W. Questo libro racconta difficoltà e limiti della comunicazione odierna. Come deve muoversi, allora, chi nella vita vuole fare il giornalista?

È una professione che ha perso l’alone mitico di una volta. Vittorio Feltri ha detto che nel giornalismo o fai il direttore o fai l’inviato, tutto il resto è una galera. Le scarpe bucate di Tobagi insegnano che per fare questo lavoro ci vuole umiltà. E poi devi raccontare storie, metterti al servizio della gente.

Cioè?

Per esempio raccontare alla casalinga dove andare a fare la spesa risparmiando. Il giornalista mette un punto interrogativo su tutto. Fa domande scomode. E si esprime con chiarezza. A me una lezione bellissima l’ha data un redattore della “Notte”, dopo che avevo pubblicato un pezzo scientifico. Lo riteneva complicato. Mi disse che  tra i lettori c’era anche l’operaio che a mezzanotte davanti ad una partita, mezzo ubriaco, nel chiasso di un bar, deve comunque capire al volo un articolo.

Le criticità principali del mondo giornalistico in questo momento?

Anche quando sei bravo, fino a che punto trovi lo stimolo per un’inchiesta che costa settimane di lavoro, se un articolo viene pagato tre euro? È tutto il sistema che non funziona. È anche vero che quando si compra il giornale, si ha la sensazione di leggere notizie del giorno prima: siti, televisione, social network hanno già divulgato. C’è una pletora di informazioni e questo aiuta la democrazia, ma non fa vera informazione. Il giornalista anche volenteroso e capace fatica a trovare la propria strada. E questo avviene anche perché il giornalismo è in crisi. Come si fa a svelare alcuni business se poi i giornali perdono contratti pubblicitari e sono costretti a licenziare? E se licenziano, che tipo di informazione possono fare? Non voglio dire che non ci siano speranze. Ma la situazione è difficile.

Che cosa vuole dire questo libro ai giornalisti di oggi?

Questo libro vuole sollevare dei dubbi. Il giornalista non è quello che pubblica semplicemente la notizia, ma quello che va alla ricerca di quello che c’è dietro la notizia stessa. Aumentare la capacità critica: questo è necessario, e anche la scuola ha un ruolo insostituibile. Bisogna essere “eretici”, come ha detto Don Luigi Ciotti. Perché il sospetto è l’anticamera della verità.

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