“Seminare nuova bellezza per sconfiggere il mostro dell’illegalità”. La nostra intervista ad Angelo Corbo della scorta di Falcone

Angelo Corbo

Angelo Corbo

E’ stato uno dei poliziotti della scorta di Giovanni Falcone, uno dei tre sopravvissuti alla strage di Capaci, quella delle ore 17.58 del 23 maggio 1992. Angelo Corbo era in una delle macchine sbalzate in aria, come fossero niente, da un’infernale esplosione: mille chili di tritolo che hanno aperto la terra e in meno di trenta secondi si sono presi per sempre il simbolo della lotta alla mafia. Un boato che ha stordito tutti, il misto di paura e confusione, poi l’impatto che è costato la vita al giudice, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della sua scorta, giovani poliziotti votati al sogno di una società giusta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Mentre il suo racconto su quel giorno fluisce, le parole costruiscono immagini, fanno sentire il rumore, disegnano il fuoco e il dolore. Riportano in vita lo spavento di chi il respiro mortale della mafia ce l’ha avuto addosso. Ma sono parole che non fanno solo questo.

Il luogo della strage  - 23 maggio 1992

Il luogo della strage – 23 maggio 1992

Corbo, lo scorso 5 settembre, è stato ospite della Festa della Speranza a Montopoli di Sabina (Rieti) in ricordo di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, provincia di Salerno, ucciso 5 anni fa. Anche la sua morte grida ancora giustizia. 

Eppure la forza di Vassallo si tiene in vita così, attraverso un ritrovo nel cuore della Sabina che scopre un’Italia della legalità: cammino verso lo sviluppo, fiducia in quello che potrà venire. E lo fa ricordando anche la strage di Capaci.

Angelo Corbo, oggi ispettore di Polizia, aveva 27 anni nel ’92. Una parte di sé sta ancora lì, nei pressi dello svincolo di Capaci dove quello scoppio micidiale ha segnato la vittoria di Cosa Nostra su un uomo giusto e su chi lo proteggeva. Ha lasciato Palermo per trasferirsi a Firenze, sostenuto da una coraggiosa famiglia che ha saputo comprendere la ferita profonda di chi ha scampato la morte ma ha dovuto assistere a quella di amici e colleghi. Di chi si è visto piombare addosso un massacro che gli ha cambiato la vita. Nella sua testimonianza a Montopoli, Corbo ha parlato di sé come di un ragazzo palermitano cresciuto con gli ideali dell’antimafia nel cuore, di uno che avrebbe voluto fare tanto e di più. Ma ha portato, soprattutto, la fiducia in una società futura in grado di scardinare i progetti del malaffare: l’agente della Polizia di Stato oggi si fa testimone della speranza, ancora viva, di sconfiggere la piovra che “toglie dignità alla civiltà italiana. E distrugge”.

Dibattito Corbo

Alla Festa della Speranza di Montopoli

Sono qui a Montopoli proprio perché in sintonia assoluta con questa manifestazione e con il suo titolo: dare speranza. Quella che dobbiamo avere tutti per cercare di riuscire a sconfiggere un male che ci annienta moralmente e fisicamente, e che distrugge la dignità della civiltà italiana. Sono qui per questo, per dare il mio contributo alla necessaria speranza”, afferma.

Poi le nostre domande s’indirizzano verso il ricordo del giudice Falcone. E il suo racconto delinea una figura di grande professionalità, che esigeva il massimo dai suoi uomini; una persona devota al proprio lavoro, che era più che altro un credo di vita. “Era il migliore, e per questo lo hanno tolto di mezzo – afferma Corbo – Ci credeva con tutte le forze, ma non gli hanno permesso di continuare. Io ho avuto la fortuna di far parte della sua scorta, di dare il mio contributo. E ci tenevo molto perché, da giovane con una voglia forte di lottare contro l’organizzazione mafiosa, sapevo che Falcone era una delle poche persone che ci poteva portare al successo. 

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Per me e per la per la mia generazione, era il generale, il Napoleone, il Che Guevara, chiamiamolo come vogliamo a seconda di quello che ci piace. Era quello che poteva portarci a vincere contro la mafia. Era una persona che faceva il suo lavoro con voglia vera, pur sapendo a cosa andava incontro”.

Angelo oggi si dedica al suo lavoro che ha continuato a fare perché crede nel valore e nel ruolo della Polizia. Ma, dopo anni di silenzio e anche di qualche mancata attestazione di solidarietà, da qualche tempo è in contatto con scuole ed associazioni di tutta Italia. Per raccontare l’esperienza atroce di cui è stato protagonista e per portare avanti quegli ideali che la strage del 1992 non ha comunque annullato in lui. Valori che lo animano da sempre, fin dai tempi della sua di scuola.

Angelo CorboAi giovani dico di lottare – ci tiene ad aggiungere – Di non far finta di niente, così come magari ha fatto la mia generazione, mettendo la testa nella sabbia. C’è bisogno di andare avanti e di mettere una barriera alla cultura dell’illegalità attraverso la conoscenza. Capisco che alcune sono notizie “lontane” nel tempo per i ragazzi di oggi, magari non ancora nati al tempo della strage. Però è parlandone che deve nascere la curiosità. Non solo per non dimenticare, ma per seminare nuova bellezza e sconfiggere questo mostro che annienta le persone e l’intera società italiana”.

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